Break The Circle

di enrico

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Gabriele Di Luca
Gabriele di Luca, ha scritto un bell’editoriale per il Corriere dell’Alto Adige del 20 novembre 2009 dal titolo “Va spezzato il cerchio dell’impotenza“.

Ecco il testo:

A novembre le scuole celebrano il rito del ricevimento dei genitori. A questo proposito, vorrei mettere a fuoco un particolare che riguarda in modo specifico la materia da me insegnata (italiano, in una scuola superiore in lingua tedesca della Valle Isarco). Sono comunque sicuro che il caso in questione potrebbe risultare analogo, sebbene in forme e proporzioni diverse, anche per la materia corrispettiva, cioè per il tedesco insegnato nelle scuole in lingua italiana di Bolzano.

Quando faccio presente ai genitori che le carenze linguistiche dei figli dovrebbero essere affrontate non solo con un maggiore impegno e slancio nello studio, bensì anche mediante la ricerca di un contatto più esteso e soprattutto continuo con l’altra lingua, questi (sette volte su dieci) mi rispondono: “È vero, ma sa, dove viviamo noi, nel nostro ambiente, nel nostro cerchio di amicizie, praticamente non ci sono italiani”. Si tratta di una risposta che non lascia scampo, un po’ come se si allargassero le braccia e si volesse far capire che condizioni oggettivamente avverse vanificano anche le migliori intenzioni. È così, insomma. Bisogna capirlo. Bisogna accettarlo.

Qui, a mio avviso, si squarcia il velo di una grande ipocrisia. Essa consiste nell’attribuire alla lingua, alla seconda lingua da apprendere, uno status che non ha mai raggiunto (per lo meno a livello diffuso). Noi diciamo “seconda lingua”, ma dovremmo dire piuttosto “lingua straniera”. Quando l’italiano e il tedesco vennero definite istituzionalmente “lingue seconde”, si volle probabilmente indicare una prospettiva di sviluppo, alimentare una speranza, piuttosto che fotografare la situazione reale. Per la maggior parte della popolazione altoatesina e sudtirolese, però, la condizione d’appartenenza a contesti nei quali è presente o comunque prevale una sola lingua (la cosiddetta lingua materna) sottrae tuttora spazio alla speranza di chi voleva (e ancora vorrebbe) vedere nel Sudtirolo un territorio progressivamente orientato al plurilinguismo. “Dove viviamo noi non ci sono italiani”, questa frase significa: non abbiamo l’opportunità di considerare l’italiano la nostra seconda lingua, per noi è un mondo distante, estraneo.

Ora, come si può riuscire a spezzare questo cerchio d’impotenza e rassegnazione? La sensazione è che da un modello di società composta da gruppi “accostati” stiamo slittando verso una società di gruppi sempre più indifferenti, più “stranieri” gli uni rispetto gli altri. Bisognerebbe fare qualcosa per fermare questa deriva, prima che sia troppo tardi.”

Ma è semplice.

Quando nella società non c’e’ un contesto d’uso della lingua seconda da apprendere (come testimoniano i genitori di novembre), allora è la scuola che puo’ diventare un grande contesto d’uso della lingua seconda o straniera, proponendo un buon numero di attività in altra lingua.
Un buon numero di discipline trattate direttamente in lingua straniera porta assieme contenuti e lingua. Questo avviene perchè proprio in questo modo si riesce ad usare una lingua che altrimenti fuori non si usa.

Riassumendo: non è difficile trovare un ambiente in cui usare la seconda lingua: questo ambiente è la scuola stessa.

Dire che la colpa di un mancato apprendimento della seconda lingua è nell’ambiente fuori dalla scuola probabilmente è una scusa a fronte di una carente progettazione scolastica.

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